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Trattato TTIP: cos’è e cosa significa per l’energia?

Trattato TTIP Energia

Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, è un trattato in fase di negoziazione tra Stati Uniti ed Europa per abolire dazi e barriere non tariffarie coinvolgendo quasi un miliardo di persone.

Se c’è chi, come Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico, sostiene l’importanza di questo accordo per le imprese europee, molti sono preoccupati delle ripercussioni sulla qualità dei nostri prodotti. Ad esempio per vietare un alimento negli Stati Uniti prima si mette sul mercato e poi bisogna dimostrarne la nocività, mentre in Europa vale il principio di precauzione, che impedisce l’immissione di prodotti anche solo potenzialmente nocivi. Inoltre, gli Stati Uniti non abbracciano il concetto europeo di indicazione geografica e protezione del prodotto locale, ma tutelano solo il marchio di fabbrica, il che si traduce in finto made in Italy di produzione americana.

Trattato TTIP: cosa succederà in campo energetico?

In campo energetico gli Stati Uniti puntano ancora moltissimo sui combustibili fossili e in modo particolare sullo shale gas (gas di scisto), ottenuto attraverso la controversa tecnologia del fraking, già bandita in Francia per la gravità dei rischi ambientali che pone. Gli Stati Uniti vogliono invece esportare questo gas senza limiti verso l’Europa, che, a sua volta, vuole diventare energeticamente indipendente dalla Russia. Non solo, diverse imprese statunitensi hanno già puntato i giacimenti europei di shale gas situati in Polonia, Danimarca e Francia, mentre l’Europa sta pian piano eliminando tutti i provvedimenti presi per limitare l’inquinamento e i combustibili fossili, come la direttiva sulla qualità dei carburanti e quelli sulla qualità dell’aria (nonostante studi recenti stanno dimostrando come si possa plausibilmente tra 10 anni dire addio ai combustibili fossili, con un po’ di buona volontà e coscienza etica).

Trattato TTIP: quali conseguenze?

Il risultato di questo trattato non sarà tanto quello della rimozione delle barriere commerciali, ma di un livellamento verso il basso della qualità dei prodotti, delle condizioni di lavoro e dei servizi energetici forniti ai cittadini. La volontà di avvantaggiare un’economia legata al guadagno delle grandi multinazionali non è più praticabile, quando anche i governi sono consapevoli dei rischi ambientali, come è stato provato dagli accordi di Parigi.

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