Energie rinnovabili

Shale gas: sicurezza energetica o grande bluff?

Shale gas: sicurezza energetica o grande bluff?

La rivoluzione energetica del Terzo Millennio?

Che si tratti di una vera e propria rivoluzione negli equilibri energetici mondiali è sotto gli occhi di tutti: la ricerca per l’estrazione di shale gas (o gas di scisto), partita dagli Stati Uniti circa dieci anni fa, sta stravolgendo i rapporti di forza tra i paesi produttori di combustibili fossili.

Facciamo un passo indietro: cosa si intende per shale gas?
Il cosiddetto gas di scisto è un particolare stato del metano, non racchiuso in bacini sotterranei ma mischiato nel sottosuolo in rocce a bassa permeabilità: sottoposte ad un processo di fratturazione idraulica (fracking), le rocce liberano ingenti quantità di gas metano nascoste al loro interno. Per ogni pozzo, trenta o quaranta milioni di litri d’acqua miscelati con sostanze chimiche coperte da segreto industriale vengono sparati con una pressione tale da frantumare la roccia, liberando il gas che viene catturato e commercializzato.

La scoperta di enormi quantità di shale gas nel proprio sottosuolo ha radicalmente trasformato la politica energetica degli Stati Uniti: da paese importatore di gas metano, gli Stati Uniti stanno raggiungendo poco alla volta la piena autosufficienza energetica, fatto che dovrebbe liberarli dal peso delle importazioni da qui al 2020.

Questo salto in avanti nella produzione interna di combustibili fossili ha fatto seguire a catena un altro significativo effetto: l’enorme quantità di gas metano disponibile attualmente sul mercato ha portato ad un crollo del prezzo su scala globale.

Dunque, tutto bene?
Considerando solo i costi, impiantare un pozzo di trivellazione per l’estrazione di shale gas non è assolutamente paragonabile ad uno tradizionale: dai 4 milioni di dollari agli 800 milioni il passo è decisamente lungo e farebbe pendere la bilancia in maniera decisa verso la ricerca di shale gas.

E’ però a livello di rendimento netto che cominciano a nascere i problemi: la vita media di un pozzo per l’estrazione di shale gas è infatti di circa quattro anni. Ciò significa che, per mantenere alti livelli di produzione, il sottosuolo va continuamente perforato alla ricerca di nuovi bacini: 20.000 pozzi all’anno nei soli Stati Uniti per mantenere gli attuali livelli di produzione trasformerebbero il sottosuolo americano in una forma di groviera!

Situazione europea e rischi per l’ambiente

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In bilico tra una cronica scarsità di combustibili fossili e la quasi totale dipendenza dalle importazioni, in Europa si sta giocando una partita che va ben oltre la semplice fornitura di materie prime, ma tira in ballo i rapporti geopolitici con il nostro principale fornitore di gas naturale, la Russia, in un periodo storico in cui le tensioni sul confine ucraino stanno monopolizzando lo scenario internazionale come non avveniva dagli anni della Guerra Fredda.

La grande disponibilità di shale gas americano ha fatto balenare per un attimo, nei governi europei, l’utopia di liberarsi dalle importazioni di metano russo per abbracciare quello liquefatto in arrivo dagli Stati Uniti (anche se per una piena operatività in questo senso si dovrebbe attendere almeno fino al 2015, come ha sottolineato il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest).

Ma è a partire dal sottosuolo europeo che si nutrono le speranze di autosufficienza energetica: si stima infatti che in Unione Europea sia concentrato il 10% delle riserve mondiali di gas di scisto (206 mila miliardi di metri cubi, secondo uno studio pubblicato dall’Energy Information Administration), soprattutto in paesi quali la Polonia, la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Romania.

Ma la spinta all’autosufficienza ed all’indipendenza energetica è frenata e si scontra, soprattutto in Europa, con i rischi legati alle conseguenze dell’utilizzo su larga scala, ed in territori fortemente urbanizzati e coltivati, del fracking, la tecinca di estrazione specifica dello shale gas:

  • il largo impiego di risorse idriche miscelate a sostanze chimiche potrebbe causare, se non controllato, un inquinamento delle falde acquifere;
  • il “bombardamento” delle rocce potrebbe incrementare il rischio di micro terremoti (come dimostrato da alcuni autorevoli studi condotti negli Stati Uniti);
  • il paesaggio verrebbe riempito di impianti e deturpato nella sua bellezza;
  • last but not least l’impatto sul clima, perché l’estrazione di shale gas comporta una rilevantissima emissione di gas ad effetto serra: le emissioni complessive del ciclo di lavorazione e della combustione del gas sarebbero superiori del 40/60% a quelle degli idrocarburi convenzionali e dello stesso carbone!

Che dire: l’amore per il gas di scisto non sembra ancora aver fatto breccia nel cuore degli europei. Sarà così anche in futuro?

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